Translation services



Intervista a Andrea Zanotti

settembre 12th, 2011  |  Published in Arte Design Moda

A cura di Jacqueline Ceresoli

Andrea Zanotti scultore, professore e viaggiatore : ma chi è?
Mi considero esistenzialista, romantico, ricercatore e sperimentatore: artista. Insegno discipline plastiche al liceo artistico, nel dettaglio “figura/ornato modellato”, ogni anno cambio liceo tra Bergamo, Lovere e Treviglio a secondo delle nomine annuali. Mi sono diplomato in scultura presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano nel 2003, contemporaneamente approfondivo il mio interesse per le tecniche di fusione svolgendo la mansione di restauratore di cere presso una fonderia artistica di Bergamo (dal 1997 al 2004). Nel 2004 frequentai un corso di laurea specialistica biennale e contemporaneamente un corso di abilitazione all’insegnamento, ultimato nel 2006. Per sbarcare il lunario ho lavorato presso la casa d’aste SOTHEBI’S, come allestitore di aste e mostre d’arte antica/moderna/contemporanea. E’stata un’esperienza sublime e mi faceva un grande effetto toccare con mano (con guanti bianchi), opere dal valore inestimabile sia economico che culturale dei grandi maestri del 700, 800, 900, studiate sui manuali d’arte. Nel 2007 ho frequentato un master di tre mesi sulla lavorazione artistica dei metalli presso il Centro TAM di Pietrarubbia (PU), scuola d’arte attiva da diversi anni creata da Arnaldo Pomodoro in collaborazione con la Regione Marche. A viaggiare ho iniziato con il mio babbo a otto anni, andai in Perù (50 giorni). In Sud America sono tornato nel 1996 e ho approfondito la cultura degli Inca ed esplorato le aree nord di Lima alla scoperta delle civiltà pre-incaiche scoperte da poco, tra cui le civiltà Mocicha insediate nelle aree di Truhillio. Sono stato in Bolivia, Amazzonia, Pakistan quindici volte e poi in India. Ho visitato la Tunisia e l’ Egitto. Ho esplorato la Germania, l’Inghilterra e la Spagna e di recente sono stato a New York. Viaggiando ho messo a fuoco la variante percettiva del rapporto tra uomo e ambiente, oltre alla dimensione culturale sociale che identificano ogni singolo popolo come patrimonio unico sociale, culturale e religioso, da rispettare e conservare, lasciando in ogni visitatore un’imprinting indelebile percettivo-sensoriale della memoria del luogo.

Quando e perché hai deciso di fare lo scultore?
A vent’anni, ma già da bimbo ero attratto dai materiali organici, plastici, metallici e dagli oggetti di scarto, resti ossei di animali, pietre e diversi reperti. Dopo i viaggi in Asia e Sud-America con mio padre, è aumentato il mio interesse legato al rapporto variabile tra contenitore e contenuto, tra ambiente e fruitore, tra la percezione dello spazio interno ed esterno. Ho sempre sentito l’esigenza di asportare una minima parte dei luoghi visitati, prelevando frammenti dei siti che ho vistato. Così sono riuscito a portarmi appresso l’essenza, l’energia del luogo. Sono curioso di luoghi, materiali, culture e religioni che appartenevano a mondi in antitesi con il modello occidentale e grazie a mio padre (a cui sarò devoto a vita) che da quarant’anni’ organizza spedizioni e treeking in Pakistan, India, Cina, Perù, Bolivia, Amazzonia, ho accumulato esperienze dirette sul campo che mi hanno strutturato psicologicamente, spiritualmente, eticamente.

Agli esordi eri minimalista-essenzialista e preferivi forme geometriche di ferro o altri metalli , attualmente sperimenti anche materiali organici come la cera e oggetti di scarto, quando hai fatto questa scelta e perché?
Vero. Agli esordi hanno influito le esperienze fatte in Asia, mi sono interessato alle forme pure e facevo strutture minimal, in linea con gli ambienti vissuti ero interessato all’aspetto spirituale, a forme geometriche. L’attrazione verso i materiali organici, come la cera e altro, è scaturita durante i viaggi in Bolivia, Amazzonia. Dopo il secondo viaggio in Perù, a contatto con una natura incontaminata e in alcuni casi con una società dai connotati simili alla nostra Europea, mi sono avvicinato al materialismo. La cera è subentrata durante il periodo accademico di formazione in una fonderia artistica “bergamasca” in cui svolgevo la mansione di restauratore di cere. Nel 2005 dopo il viaggio in India e Ladakh ho iniziato ad utilizzarla e a relazionarla con materiali di scarto o frammenti del quotidiano, raccolti nel passato e usati dopo averli tenuti, osservati e metabolizzati. Gli oggetti ritrovati durante il percorso, le ossa animali, i materiali di scarto organici e inorganici, racchiudono la memoria del luogo e sono impregnati di una vita passata e di una funzionalità perduta. Li rivitalizzo dopo un periodo di purificazione attraverso la cera trovano una nuova “ricontestualizzazione”. La cera è malleabile e mi permette di attuare un processo metaforico di reincarnazione dell’oggetto. Viviamo in una società di sprechi estremi, tutto ha una scadenza imposta dal mercato del consumismo. Il mio operare sugli oggetti vuole essere una ribellione interna al sistema consumistico: è una presa di coscienza di una sensibilizzazione sulle problematiche ambientali e sociali. Scrive Marshall McLuhan: “Nutro una grande fede nelle capacità di recupero e nella facoltà di adattamento dell’uomo. Spero di vedere il nostro pianeta trasformarsi in un’opera d’arte; l’uomo nuovo, integrato nell’armonia cosmica, diventerà un ‘organica forma d’arte…”

Quali mostre e opere ti hanno maggiormente soddisfatto e perché?
Le più recenti a Londra city (luglio) “Parallax- Art Fair”, un’occasione interscambio culturale con artisti provenienti da ogni luogo del globo, organizzata vicino a Piccadilly Circus presso la PALL Gallery, dove ho esposto tre lavori che ritenevo particolarmente interessanti: “BIN Enviroment”, “FAITH” “FAITH?” .
Mi ha gratificato anche la mostra “Art in Mind” presso la Brick Lane Gallery con l’installazione luminosa “The Dreaming Water” (III° ACT) 2011, lavoro sulla problematica globale della risorsa acqua.
Ha segnato un momento di svolta del mio percorso la mostra che ho fatto l’ anno scorso nella sede di CHE BANCA a Bergamo. Ho esposto lavori nuovi in una sede anomala che mi ha permesso di creare un contrasto tra il valore effimero delle opere in relazione al contesto in cui si preservano i valori materiali e non effimeri come l’arte. Ho un bellissimo ricordo, anche se ora è un poco datata, della mostra di fine corso TAM 2007, dove ho esposto l’installazione minimale “Domino-Dominio” creata durante il corso,
Dopo questo lavoro nato per e sul luogo ho iniziato ad elaborare un linguaggio più maturo, introducendo altri materiali e andando oltre lo forme minimal che sin da allora adottavo.

Che dimensioni hanno le tue opere e come nascono?
Le dimensioni dei miei lavori variano in relazione alla tipologia stessa dei lavori e della tematica d’analisi in atto e hanno dimensioni che permettono al fruitore di stabilire un rapporto intimo, soggettivo con l’opera, sentendosi parte di essa, quando possibile includo anche l’ interazione fisica, ludica con il lavoro.
Le installazioni site-specific variano in rapporto alla dimensione dello spazio per il quale sono state concepite. Per le sculture o mixed-media, uso box/cassette in legno (originariamente semplici cassette per il trasporto della frutta/verdura) che hanno dimensioni standard (cm30x50x20).
I boxes sono concepiti come contenitori di memoria tra cui oggetti, reperti di viaggio, del mio passato, della mia sfera affettiva, frammenti del quotidiano e della mente, posti in relazione tra loro. Creo micro-mondi , micro-relazioni, dentro a contenitori che mantengono la loro originaria predisposizione al trasporto, al viaggio, pronti alla spedizione verso nuovi luoghi. La nascita dei miei boxes avviene elaborando un concetto, avvenimento storico o di cronaca, fatti quotidiani che abbiano connotazioni sociali, culturali, politiche o religiose. Elaboro tutto ciò che ritengo interessante . Credo che l’ artista in quanto tale non sia altro che un vettore per comunicare con codici più o meno espliciti la quotidianità in cui vive, attraverso diverse modalità e medium espressivi convenzionali o meno, ponendo il fruitore di fronte a quesiti sociali senza avere la pretesa di dare risposte.

Che importanza hanno i viaggi nel tuo lavoro e perché?
Il viaggio fa parte del mio DNA. Siamo tutti in perenne viaggio fisico e virtuale attraverso la rete web, media televisivi e per lavoro. Viaggiare presuppone una predisposizione mentale verso l’ignoto, significa uscire dalle proprie certezze, affrontare nuove situazioni, vivere in contesti diversi dal nostro alla ricerca di simbiosi, contrasti, paradossi, stimoli, arricchimenti culturali sensoriali e percettivi. Il viaggio comporta sacrificio ma attraverso la fatica e a volte anche il dolore, acquisiamo nuove consapevolezze e apprezziamo le diversità Le nuove emozioni, stupori acquisiti arricchiscono il nostro essere interiore: l’anima. Il viaggio ci permette di avere una visione più completa del reale. Trovo particolarmente stimolante sentire con il tatto, vedere con la mente, gustare con i sensi, percepire con l’io interiore sottoposto a diversi stimoli. Non bisogna dare nulla per scontato, ma essere sempre curiosi e predisposti al mettersi in gioco.

Riesci a vivere del tuo lavoro di artista?
No, ci sono molte spese fisse per il mantenimento dello studio: materiali per le opere, viaggi, costi di partecipazione ai concorsi, ecc…. E poi la vita quotidiana. Non ho raggiunto ancora una solidità tale di lavoro che mi permetta notorietà e riconoscimento a livello di mercato, non ho una galleria che mi sostiene, ma sono convinto che attraverso la serietà del lavoro, lo studio, la continua ricerca, il confronto con gli altri artisti, l’impegno e la serietà nell’operare, riuscirò a raggiungere una totale autonomia.
Verrà il momento, intanto a Londra e a NYC ho ricevuto attenzione e considerazione, quindi credo di essere sulla strada giusta, per ora persevero con determinazione e costanza.

Hai soggiornato a Londra e a New York per lunghi periodi, come sono trattati gli artisti stranieri in queste “Terre dei sogni” dove tutto sembra realizzabile?
Diciamo che non è così semplice essere considerati nella a New York malgrado l’altissimo numero di gallerie, associazioni e fondazioni varie, dato che la produzione artistica è veramente notevole. Inoltre si da più spazio agli artisti americani. Bisogna avere un lavoro solido, di qualità, personale e tanta fortuna. Mi sono trovato in linea con i colleghi che operano a N.Y e Londra e questo per me è già un risultato. Gli artisti hanno la possibilità di partecipare a diverse presentazione del proprio lavoro, attraverso concorsi internazionali, collettive presso gallerie. Ho notato che i costi di adesione a fiere importanti è spesso meno proibitivo che in Italia. In America ci sono più possibilità e fondazioni che dopo la presentazione e la valutazione del proprio lavoro artistico sono disposte a sostenere economicamente la ricerca individuale, premiando la serietà e la perseveranza degli artisti più caparbi.

Tra le città che hai visitato in quale vivresti e perché?
A NYC e Londra per la loro cultura multi-etnica, per la sensazione di positività che queste città mi comunicano adrenalinica e mi hanno fatto sentire a casa. Qui circola energia e sono metropoli frequentate da giovani, dove ho respirato una sensazione di libertà espressiva particolare. Le considero come icone della speranza per ogni artista, dove comunicare la complessità della vita attraverso il medium dell’ arte.

Cosa consiglieresti a un giovane artista che desidera farsi conoscere?
Studiare, approfondire, ricercare e mettersi in gioco attraverso il confronto con gli altri artisti attraverso concorsi e mostre collettive e personali, quando se ne hanno i lavori e l’opportunità. È fondamentale continuare ad aggiornarsi attraverso stage, master collaborazioni e residenze all’estero per artisti. È necessario confrontarsi con artisti di calibro internazionale che possono essere di grande aiuto per crescere . Consiglio, a chi può farlo, di frequentare college o accademie all’ estero, in modo d’ avere una formazione più completa e innovativa rispetto a italiana.

All’estero è fondamentale avere un gallerista come riferimento per esporre, come in Italia?
Avere una buona galleria che ti rappresenti è di grande aiuto in Italia e all’estero, ma non credo che sia fondamentale. Sicuramente ogni artista può dare il meglio quando collabora con una galleria che lo supporta e lo fa crescere, così aumenta la consapevolezza del proprio lavoro, anche se subentrano responsabilità che in precedenza l’ artista non aveva. E’ sottointeso che deve esserci serietà da entrambe le parti, oggi diverse gallerie tendono unicamente a includere artisti nel proprio gruppo solo a fini speculativi, promettendo campagne promozionali, la partecipazione a fiere nazionali o estere ma con il subdolo obiettivo di incassare soldi nelle varie adesioni senza mantenere le promesse. In alternativa e in attesa di una galleria che mi rappresenti partecipo a eventi collettivi per ampliare le mie conoscenze e contatti con eventuali futuri galleristi

Nell’arte basta l’idea o è importante anche la manualità per creare con le proprie mani ciò che non esiste in natura: perché?
Sono scultore, ho una manualità acquisita nel corso degli anni, ma credo che ognuno si misuri primariamente con se stesso, con la propria abilità di dare forma a un concetto astratto, tridimensionale o bidimensionale che sia. Bisogna in ogni caso avere un’ idea valida; l’ artista contemporaneo può sempre avvalersi di collaboratori e professionisti in vari ambiti che possono affiancarlo nell’esecuzione pratica dell’opera. Nell’arte non credo esista una regola precisa, ciò che conta è il contenuto e il risultato.

A quando la prossima mostra?
In previsione ho avuto l’invito ad una collettiva a NYC presso Agorà Gallery situata nella zona Chelsea , nel periodo di dicembre; in Italia ho avuto alcune proposte ma sto tutt’ora valutando e definendo .